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  • Maura del Serra

Concordanze


Dalla introduzione a Concordanze, Firenze, Giuntina, 1985


La poesia di Maura Del Serra recupera e potenzia oggi quella linea magica e orfica che sotterraneamente percorre il nostro Novecento poetico, a partire da D'Annunzio e da Pascoli attraverso Campana e Luzi, ma con la profonda diversità di una ricerca che si nutre di una straordinaria ricchezza di forme simboliche e di costruzioni allegoriche, sostenute da un impegno di pensiero che si avverte fervido e acuto in ogni piega del verso, in ogni nesso verbale. [...] Il punto a cui tende il discorso poetico di Maura Del Serra è, infatti, l'identificazione fra l'indagine dell'anima (e del mondo in quanto riflesso dell'anima e visione che essa ha e oggettivazione dei suoi moti) e l'indagine della parola poetica: poesia e verità, insomma, devono coincidere lungo un movimento lineare, rigorosissimo di testi [...]. La grandezza di questa poesia è anche nell'altra coincidenza che essa attua con il sacro. Si propone di nuovo in essa quello che è il fondamentale carattere originario del discorso poetico, di essere anche rivelazione religiosa. [...] Certo, non si tratta di una poesia facile: tanto ne è limpido il ritmo, tanto il lessico ne è semplice e scarno, tanto, invece, il giro del pensiero e dell'invenzione è complesso e arduo. Ma anche questa è un'intenzione di fondo della poesia di Maura Del Serra: il viaggio del poeta nel mistero delle cose deve coincidere anche con il viaggio del lettore che, con la guida, appunto, del poeta raggiunge, alla fine, l'ultimo segreto del mondo. L'esperienza del poeta è l'esperienza di tutti, a patto che i lettori compiano la stessa difficile ascesi, fino all'estrema purificazione dei sensi. Di conseguenza, la poesia appare fino in fondo un'esperienza rara e suprema, fra le più alte che sia possibile all'uomo compiere, perché è anche esperienza di conoscenza ed esperienza religiosa. Non è poco davvero: per questo l'opera poetica di Maura Del Serra appare illuminata da così solitaria luce di grandezza.


GIORGIO BÁRBERI SQUAROTTI


MAURA DEL SERRA, Concordanze, Firenze, Giuntina, 1985


Concordanze è il titolo della sua ultima raccolta di liriche, pubblicata, come le due precedenti, dalla casa Editrice Giuntina di Firenze. [...] Lei è Maura Del Serra [...]. "Da quanto tempo scrivi versi?", le chiedo. "Da sempre". A casa conserva innumerevoli poesie inedite che tuttavia non farà mai pubblicare, in quanto, secondo il suo severo giudizio, eccessivamente permeate di elementi autobiografici e passionali. Nelle sue liriche mira ad un'oggettività assoluta, e la biografia individuale tende a sublimarsi nell'universale. Certo non si tratta di una poesia facile, la lettura può risultare a tratti anche ardua per la complessità del linguaggio che di frequente si serve di immagini allegoriche, simboli e archetipi. Il suo non è però un tecnicismo formale, che anzi viene rifiutato insieme ai vari sperimentalismi linguistici, dietro ai quali si cela spesso una carenza di contenuti. Si definisce pertanto una poetessa tradizionale, che tenta di riscoprire il valore della parola al di là dell'uso che ne viene fatto. "Il poeta è per me un interprete che traduce il linguaggio della natura in quello della cultura. In questo senso una poetessa donna gode di alcuni vantaggi visto che si trova a parlare di un elemento - la natura - che le è per tradizione più familiare che al maschio. D'altro canto è svantaggiata nell'opera di traduzione nel linguaggio della 'cultura', dal quale è stata per secoli esclusa". Maura non ritiene, comunque, che esista una poesia femminile. Esistono semmai risposte femminili alle domande eterne dell'umanità.

"Cosa significa il titolo? perché Concordanze? "Si riferisce all'atto di decifrazione delle concordanze tra i due regni: l'umano e il divino." Mi spiega che il suo è un ritorno al significato religioso della poesia, nella accezione etimologica del termine. "Religare cioè unire i regni che viviamo come divisi" [...].

PAOLA VITI

"Metró", n. 4, 25-31 ottobre 1985.

MAURA DEL SERRA, Concordanze, Firenze, Giuntina, 1985


[...] Attestandosi dentro una poetica della evocazione verticale e limpidissima, Maura Del Serra con Concordanze si definisce come "viaggio del poeta nel mistero delle cose" (Barberi Squarotti) e a tal punto ci riesce puntando sulla tonalità e sui ritmi tutti vettorizzati al compimento di una invenzione e rivelazione quasi religiosa [...]


GUIDO GARUFI

"Punto d'Incontro", marzo 1986

MAURA DEL SERRA, Concordanze , Firenze, Giuntina, 1985


Con il nuovo libro di poesie Maura Del Serra conferma l'adozione perenne di un tono poetico che non ha niente da spartire con l'inarticolata quotidianità, senza nessun acquisto di vera conoscenza, che caratterizza tanta poesia d'oggi. [...] Si può dire allora che tutta l'opera di Maura, già nelle pagine de L'arco (1978), proseguite ne La gloria oscura (1983), si sia costituita su una tensione costante di poesia e di verità. La poesia nasce da una soggettiva partecipazione, sentimentalmente intensa, per arricchirsi di una mediazione di pensiero che ha la sua prima radice nel gran tema dell'incarnazione. Tradotta da una mente lucida in "controllatissime, appassionate soluzioni linguistiche e tematiche" (G. Gerola), rivela, da questo punto di vista, una nettezza ascetica di segno, antitetica all'eccesso accumulativo e metaforico che andava di moda nella zona di "Niebo" e nella linea poetica della "parola innamorata" [...].

Al nitore delle figurazioni, del lessico e dei valori fonici fa riscontro, in una buona poesia che non ha fra i suoi requisiti la facile penetrabilità, un uso sapiente della tradizione metrica novecentesca, con un congruo margine di libertà. Sulla stessa lunghezza d'onda (il riassetto del pedigree letterario di Maura) poggia il riconoscimento, da parte di Stefano Lanuzza, di un "finissimo trattamento poetologico, coniugante, col piacere, un opportuno mestiere del testo".

Ci auguriamo che il lettore individui in Concordanze un ulteriore importante tassello per la comprensione di una voce poetica che nella sua solitaria grandezza si presenta tra le più significative del panorama contemporaneo. Il dato sostanzioso è, per noi, la fede in una possibile unicità di vita, poesia e pensiero.


GIULIANA BONACCHI GAZZARRINI

"Quinta Generazione", nn. 135-136, 1986

Testo dell'intervista rilasciata da Maura Del Serra alla emittente televisiva T.V.L. in occasione dell'assegnazione del Premio "Ceva" 1986 alla raccolta poetica Concordanze, Firenze, Giuntina, 1985

D. - Abbiamo il piacere questa sera di avere nei nostri studi la Dottoressa Maura Del Serra, che è una pistoiese, insegnante alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Firenze, ma soprattutto è una poetessa: ha vinto già numerosi premi letterari, il Premio Traiano, il Ceppo-Proposte, e sabato riceverà il Premio Nazionale di Poesia Città di Ceva. Ricevere con sole tre raccolte liriche tre premi di poesia nazionale, vuol dire essere già consacrati alla grande poesia?

R. - Questo è abbastanza discutibile; potenzialmente, nell'ambito del sociale, forse potrebbe voler dire questo, però non è necessariamente così, perché quello che dovrebbe contare è la qualità del testo: per fare un gioco di parole, è il testo che dovrebbe far testo più che i giudizi delle giurie; in questo caso, trattandosi di una giuria particolarmente qualificata, naturalmente il riconoscimento fa piacere a chi, come me, conduce da sempre un lavoro molto appartato e solitario; però non direi che cambi niente nelle tappe del mio itinerario interiore, perché il lavoro del poeta è sempre un lavoro sotterraneo di scavo e di ricerca sul quale i riconoscimenti non incidono; possono incidere sul suo narcisismo, sul suo senso di autoconsiderazione, ma non toccano in nulla la sostanza del suo lavoro; quindi potrei rispondere insieme sì e no alla domanda.

D. - Ecco, però, sul narcisismo del poeta incide di più un riconoscimento da parte di grandi critici, e quindi l'ottenere la soddisfazione di un premio, o il riconoscimento da parte del pubblico, del lettore?

R. - Visto che la società letteraria ormai da molti secoli, o almeno dal Settecento, è estremamente elitaria e frantumata, e il concetto di pubblico è ormai quello di un pubblico potenziale - in parole povere, il poeta non sa più per chi scrive, ed ha in mente, quando scrive, un pubblico universale, quindi anche astratto, che è poi una sorta di specchio di se stesso; certamente nella pratica finisce poi per aver udienza prevalentemente presso i cosiddetti addetti ai lavori, che sono i critici ed un ristretto manipolo di lettori. Si crea un po' il famoso problema della "torre d'avorio", della destinazione del messaggio - e qui non è certo il caso di coinvolgere questi problemi che sono molto complessi. L'ambizione del poeta - e questa non viene dal suo narcisismo ma nasce davvero dal profondo - è l'ambizione e l'esigenza di rivolgersi a tutti, quindi ad un pubblico potenzialmente universale, e non agli addetti ai lavori.

D. - Quindi, la poesia è o no comunicazione?

R. - Certamente è comunicazione al grado più alto, essendo comunicazione sempre potenziale perché dipende dalla "qualità" del poeta: grado più alto che a volte finisce per escludere - almeno in apparenza - i gradi inferiori, quelli che i linguisti chiamano della denotazione, e per essere un linguaggio altamente comunicativo, altamente selettivo e metaforico; quindi si crea davvero un problema di comunicazione alla seconda o alla terza potenza, ma certamente la poesia è comunicazione, come lo è la musica, come lo è il linguaggio di tutte le arti: una comunicazione molto intensa, cristallizzata.

D. - Ecco, Lei ha vinto e sabato, dicevamo, riceverà il Premio Ceva 1986 di poesia, ottava edizione, con il volume che vedete alle nostre spalle [sul video] Concordanze; la motivazione con cui Le hanno assegnato il Premio dice: "La poesia di Maura Del Serra si nutre di una straordinaria ricchezza di forme simboliche e di costruzioni allegoriche, sostenute da una fervida ispirazione religiosa e da una acuta sensibilità verso i valori formali della poesia". Lei si riconosce - o meglio, il libro può riconoscersi in questa motivazione?

R. - Direi di sì; è una motivazione sintetica, ma mi sembra che la Giuria abbia colto tutto sommato il carattere del libro, che è appunto quello di rintracciare le "concordanze" fra i diversi livelli della creazione, i diversi piani dell'essere, quindi fra divino e umano, fra cielo e terra, fra sensi e spirito, e anche fra linguaggio e mondo. Sostanzialmente direi che il lavoro mio, come quello di ogni poeta, è un lavoro (in senso lato, in senso etimologico) religioso, che cerca di collegare e, appunto, di far concordare i piani della creazione; è anche un lavoro di logica, anche questa intesa in senso etimologico: logica viene da logos e il logos è la parola, ma è anche il Verbum, quindi lo Spirito creatore del mondo: la logica poetica è la lingua della creazione. Per la piccola parte che io posso riceverne, testimonio di questo processo.

D. - Lei ha pubblicato tre raccolte di liriche: L'arco nel '78, La gloria oscura nell''83 e Concordanze nell''85; i titoli di queste tre raccolte possono in qualche modo essere presi come chiave di lettura della Sua poetica?

R. - Certamente, per quanto ogni titolo rispecchia in sintesi il carattere profondo, il messaggio, la motivazione che l'autore cerca di far giungere al lettore. L'arco esprimeva ancora una tensione irrisolta, dal personale, dall'io, dal soggettivo, verso l'oggettività, e la esprimeva appunto in forme molto tese, ellittiche, a volte anche astratte; La gloria oscura è un titolo un po' barocco che si riferisce alla condizione umana, che è appunto quella di essere gloriosa, ma oscuramente gloriosa, perché è una condizione di potenzialità e non di "atto"; quindi nel titolo l'ossimoro è solo apparente. Concordanze è forse un po' il titolo globale che riassume i precedenti e cerca di portare alla piena luce questo processo, per cui i diversi piani dell'essere vengono a concordare fra loro; quindi cerca di rendere ragione delle antinomie che animano la nostra presenza nel mondo e di comporle in armonia.

D. - Perché si scrivono poesie, perché si fa poesia?

R. - Questa è una domanda... giustamente "provocatoria", che da sempre è stata fatta ai poeti; adesso però ci si limita appunto a chiedere ai poeti perché si scrivono poesie: Platone diceva che il poeta era un essere divino, sommamente temibile, che bisognava incoronare e poi cacciare dalla città, quindi era molto sentito questo suo quoziente di testimonianza dell'assoluto, fino ai limiti della pericolosità, della sovversione; era sentito molto questo suo potere di invenzione, di immaginazione che può cambiare il mondo, anche se poi i modi in cui il poeta lo fa sono sempre complessi e difficili, non immediati. Si scrive poesia (nel mio caso, ma credo di poter parlare per tutti i poeti) perché il terreno di partenza e quello di arrivo sono sempre comuni, è soltanto nel luogo intermedio che le tappe cambiano - si scrive poesia per testimoniare, per gettare un ponte, per fare - mi perdoni il termine - i "pontefici", anche qui in senso etimologico, per stabilire dei legami autentici fra sé e il mondo, e questo lo si fa per tutti, a nome di tutti: il poeta è semplicemente un testimone, e non ha, in questo senso, nessun diritto all'autoesaltazione, a un senso di elezione "profetica" o di demiurgia particolare: è un testimone, un interprete dell'umano; è un traduttore dall'invisibile al visibile e viceversa, quindi, se è un buon traduttore avrà il merito appunto di aver ben tradotto questo testo invisibile che leggiamo tutti e da cui tutti siamo letti.

D. - Una curiosità che forse molti nostri telespettatori avranno e che io personalmente ho tutte le volte che mi accosto a un testo di poesia: come nasce la poesia? La poesia è un artificio letterario oppure nasce spontaneamente?

R. - Direi senz'altro che alla base della poesia c'è quello che i romantici chiamavano l'intuizione, l'ispirazione, la théia moira dei Greci, quindi una visione: infatti il vocabolo idea testimonia di questo: l'idea è una visione. Da questa visione immediata, che è intuizione di corrispondenze fra uno stato dell'essere e uno stato dell'apparire, e che si focalizza in una immagine-guida, il poeta deve poi portare alla luce un discorso, proprio un logos: quindi deve ricorrere alla tecnica, a tutta la strumentazione letteraria, culturale, ideologica - nel caso di chi ha un'ideologia che gli fa da supporto - : la poesia è l'uno e l'altro, è visione e tecnica; nella sua radice prima è visione, intuizione, una intuizione - diciamo - logicamente sviluppata.

D. - Maura Del Serra quanto porta del poeta nella sua professione di insegnante universitaria, e viceversa?

R. - Forse potrebbero dirlo meglio gli allievi, gli studenti; certamente credo di portare molto, nel senso che non riesco a insegnare per puro mestiere, con una trasmissione meccanica di dati culturali, ma nell'insegnamento - trattandosi poi di letteratura italiana, nel rivisitare la nostra tradizione, che è poi forse per due terzi tradizione poetica, ne do una reinterpretazione, spesso anche molto personale; quindi porto senz'altro molto di questa tradizione nella poesia e viceversa.

D. - Un'ultima domanda: qual è, se esiste, quali sono, se esistono, i suoi poeti?

R. - Qui ci vorrebbe davvero un lungo discorso, potrei citare moltissimi nomi e nessuno: non mi riconosco in una particolare "scuola", in un particolare filone, anche se spesso la critica (penso in particolare a Macrì) ha creduto di poter accostare il mio nome all'ermetismo fiorentino; non mi sento di rifiutare ma neanche di sottoscrivere pienamente questa attribuzione. Ci sono certamente delle voci elettive con cui mi sento in comunicazione al di là del limite spazio-temporale (alcune sono state indicate da Luzi o da Barberi Squarotti): potrei citare i nomi di Emily Dickinson o di Simone Weil che è una poetessa-filosofa, una grande pensatrice, e poi Dante, il barocco europeo e la musica barocca, e poi soprattutto gli elisabettiani, Donne, Vaughan, Herbert che anche ho tradotto - e anche la tradizione platonica, l'alchimia, i testi biblici ed evangelico-gnostici, il misticismo medievale, la tradizione buddista e taoista, quella indù del Vedanta; che però non sono in realtà testi poetici nel senso stretto della parola, nel senso limitato di "lirico" che si dà correntemente a questo termine. Poi nel nostro Novecento - oltre alla tradizione simbolista europea - i nomi che ho più presenti sono quelli di Rebora, Onofri, Betocchi, Luzi, la Guidacci, per la qualità direi più intensamente testimoniale, religiosa, nel senso che prima dicevo.

D. - Bene; dopo Concordanze?

R. - Dopo Concordanze ho in preparazione il quarto volume di poesie, che si chiama Meridiana e uscirà ad anno nuovo; un volume per la verità molto più nutrito del precedente, e che segna anche una svolta, perché porta all'interno dell'espressività molto verticale di Concordanze una più ampia orchestrazione di voci, di temi-personaggio, anche nel senso teatrale della parola. Spero che il volume non solo abbia una buona accoglienza, ma che porti un contributo non formale ma sostanziale al panorama della poesia contemporanea.

D. - Bene, quindi dopo Concordanze un'altra raccolta, e, speriamo, un altro premio.


Intervista andata in onda nei Notiziari del 15 ottobre 1986

MAURA DEL SERRA, Concordanze, Firenze, Giuntina, 1985.


"Ciò che interessa a Maura Del Serra è il momento in cui la concezione magico-alchemica delle cose si fa parola poetica, si dispone, animandolo di un fuoco segreto e penetrante, nel verso, si traduce in un ritmo rapido, ma ugualmente solenne, ieratico, come l'espressione, al tempo stesso, delle supreme leggi del mondo e l'esperienza che di esse fa il poeta". Così Giorgio Bàrberi Squarotti nell'introduzione all'ultimo libro di poesie di Maura Del Serra, impregnato di simboli e allegorie, di invenzione e di ricerca, di scandaglio psicologico e di elaborazione linguistica, in una sorta di viaggio che il poeta compie nel (suo) tempo tra "l'inutile certezza" di segreti ricordi.

Nei limiti del mondo si disperde il pensiero, come nei labirinti della mente si cerca l'assenza dietro un viaggio d'acqua verso porti sconosciuti.

La vita così si consuma svelando la sconfitta finale di quel tempo che è morte ed attimo insieme bruciati nel mistero di ciò che ci circonda, perduta la speranza, avvolti nel buio: "Ciò che resta nell'ombra, radice di certezza / separa la materia dal corpo, / spazio e tempo dalla vita", per un eterno ritorno nel nulla.

Sconosciuto è allora anche il presente, senza tregua, perdute le chimere della vita, mutevole la scena dell'esistere ed una sacralità si espande tutta intorno a noi: segno inequivocabile di un indescrivibile ignoto.

Sono i miti misteriosi nascosti nella nostra psiche e che custodiscono le formule segrete degli antichi legami tra l'uomo e il suo universo.


LUIGI MARTELLINI

"Galleria", XXXVIII, 1, gennaio-aprile 1988

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