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  • Maura del Serra

Dialogo di Natura e Anima

Dialogo di Natura e Anima è una breve ed intensa pièce il cui titolo è citazione di una delle Operette morali leopardiane [...]. Il testo contrappone il "ritmo plurale" della Natura, vista come magna mater pervasiva, grembo cosmico, legge impersonale ed olimpicamente oggettiva - di un lucreziano determinismo nella sua perfino ironica autosufficienza - all'inquieta, romantica sete di autorealizzazione conoscitiva e creativa dell'Anima-figlia: sete che la spinge senza riposo verso "il privilegio amaro dell'io" ed i suoi trionfi nella storia, ma anche verso l'infinito della dismisura, che è fonte do ogni sua esaltazione ed angoscia.

Il dissidio, simbolico e concreto, fra circonferenza e centro, certezza e desiderio, luce perenne e colori cangianti della creazione, si sviluppa nei versi di questo mosso poemetto scenico (che si affianca ai precedenti Stanze, Trasparenze, Sensi, in un'ideale sequenza per la danza) verso un climax ed un finale aperto, sospeso fra il sublime e il parodico, che sancisce la gemellarità insolubile delle due protagoniste.

Dalla quarta di copertina




MAURA DEL SERRA, Dialogo di Natura e Anima, Pistoia, C.R.T., 1999

La pièce Dialogo di Natura e Anima di Maura Del Serra procura il conforto di trovare ancora attivo lo spirito della grande poesia, quella poesia che si pone come sintesi di un'epoca e che rielabora fantasticamente teologia, filosofia, tradizione letteraria e la storia delle grandi catastrofi del secolo che sta per concludersi.

L'opera è formata da 265 versi (endecasillabi alternati a doppi settenari, ad eccezione di un brano di novenari con un doppio senario) di un dialogo tra Natura ed Anima intercalato da didascalie per la rappresentazione scenica con l'indicazione di movimenti e di accompagnamento musicale. Il testo è stato composto per essere rappresentato, anche perché la simbologia non viene espressa solo nelle parole, ma anche nella ricchezza del gesto, della danza e del suono.

Il titolo, come pure l'argomento e parecchi rimandi stilistici, rievoca il Dialogo della Natura e di un irlandese di Giacomo Leopardi. Il lavoro, pur con le caratteristiche di stringatezza stilistica ed essenzialità, possiede l'ampio respiro di un poema epico che rievoca la strenua lotta combattuta dal Settecento ai nostri giorni tra concezione materialistica e visione religiosa del reale.

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La Del Serra sonda l'incessante ed estenuante dibattito contemporaneo tra determinismo e libertà, tra scienza ed umanesimo, tra ateismo e religione in un testo che possiede l'austerità e la solennità di un atto sacramentale del grande Calderón de la Barca. In un'epoca di estenuato lirismo o di avanguardistiche sperimentazioni linguistiche, in un'epoca in cui la poesia può solo dirci "ciò che non siamo e ciò che non vogliamo", l'opera si presenta come svolta verso una parola "chiara e forte" (non manca un uso assai sapiente di rime in funzione di "legato"), che , pur nell'umiltà della ricerca, risuona dantescamente come potente sintesi di un'epoca. Ci troviamo di fronte al ritorno della grande poesia? Non è facile esprimere un giudizio definitivo, anche se ne esistono tutti i presupposti.

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La Del Serra non si limita a cantare la lotta tra ragione e religione, ma apre scenari di conciliazione e pare indicare come soluzione l'arte e la poesia intesa non come puro e semplice ritorno ai miti in contrapposizione all'"arido vero", ma come un rinnovato rispetto del creato, a cui l'uomo partecipa nel tempo.

È praticamente impossibile sintetizzare la ricchezza di quest'opera, in cui la parola è "gravida" di significato e di profezia e che trova un ritmo interiore, una cadenza poetica, una misura espressiva quale raramente è dato di trovare nella poesia del Secondo Novecento. La vastità e l'asperità del tema sono superate da un afflato lirico lucreziano che sa inquadrare i diversi passaggi nello stupore dell'infinitamente grande e dell'infinitamente piccolo.

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Il lavoro risulta magistralmente strutturato secondo un disegno preciso, paragonabile alle Operette morali, ed il dialogo tra le due protagoniste è rapido, incalzante e avvincente. Non c'è dubbio che l'intera operazione, nata con la precisa impostazione della prosa leopardiana e impostata su un argomento di carattere filosofico, avrebbe potuto correre il rischio di riprodurre strutture logiche estranee alla poesia. La Del Serra, invece, servendosi delle potenzialità insite nell'unione tra lirica, rappresentazione scenica e musica, supera la positività razionale dell'argomentazione e riproduce l'epica lotta tra ragione e sacro che coinvolge non solo le menti, ma la totalità dell'essere dei pensatori degli ultimi secoli. E proprio a questa totalità di espressione, che è verbale, ritmica, gestuale, posizionale, che coinvolge la "datità" e la simbologia del linguaggio umano e che unisce fantasia, pensiero, emozione, delusione, speranza, battaglie e conciliazione, si rivolge l'opera producendo un risultato di quell'homo quaerens che è il tratto distintivo dell'umanità attuale.

Alla fine del secolo, che ha visto la caduta di certezze millenarie, che ha segnato la crisi dello scientismo ed ha diffuso l'angoscia del pensiero debole, si alza netta le voce della poesia come canto dell'uomo e come segno di speranza, perché "ciò che resta [da dire] lo intuiscono i poeti" (M. Haidegger).


Giuliano Ladolfi

"Atelier"

IV, 13 (marzo 1999), pp. 70-71

Sulla lunghezza d'onda di un titolo leopardiano la Del Serra ci offre un'altra fatica del suo speciale "teatro di poesia" che procede parallelamente, ormai da ben più di un decennio, al suo lavoro in versi. [...] Del Serra prosegue il suo percorso fortemente simbolico, trepidante, con risvolti allusivi al mondo presente di angosciante inquietudine.


Luigi Fontanella

"Gradiva"

n° 18, 2000, pp. 204-205

[...] Anche il testo di Maura Del Serra, Dialogo di Natura e Anima, è una specie di cavalcata morale, un poema dialogato in cui due spiriti, appunto Natura e Anima, mostrano le diverse ascendenze, e il loro scontro verbale è scontro tra due diversi mondi di scelte e possibilità. La poesia ha sempre scavato nella terra per dare vita a personaggi archetipici, e questa drammaturgia, così come è ravvisabile nei testi dell'antichità greca ed in Shakespeare, ne prosegue il cammino [...].


Tiziano Fratus

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