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  • Maura del Serra

L'arco


Il concentrato linguistico delle poesie di Maura è dinamico e sebbene non sia per nulla il risultato di una riduzione, voglio dire di una sintesi artificiale, lo si può immaginare lo stesso come un testo ulteriore, secondo rispetto a un primo, presupposto e, come si dice, di base. Che cosa c'è dunque in quell'altro libro leggibile in filigrana che si cela soltanto nella lucentezza dei rappresi messaggi di questo, come l'arco scompare dietro le frecce scoccate? Tutta una dottrina, beninteso non formulata e nemmeno organizzata perché già sostanza e forma mentis, dell'unità integrale tra uomo e mondo: attestata da segni, provata da emozionanti metafore; sigillata, se non fraintendo, dalla pienezza dell'Incarnazione. È una unità liberatrice già nel suo esistere, più ancora nel suo farsi riconoscere, non una volta per tutte, però, e non tanto che non occorra tendervi continuamente, perché è continuamente rimessa in forse dall'esperienza che è divisa. Per questo, credo, la poesia di Maura oscilla tra movimenti ascensionali e la quiete della circolarità secondo che aspiri a ritrovare quel punto o parli dall'interno o dal possesso di quella certezza.

Siamo insomma in un filone profondo che attraversa la cultura e l'arte europee al di là dei confini linguistici e temporali. Maura, è chiaro, lo ha appreso storicamente, dalla condizione presente, dall'attualità: ma lo ha appreso per vocazione, e mostra di esservi cresciuta dentro, di avervi trovato e sviluppato le proprie misure di conoscenza del mondo e di sé. Ecco perché trascura qualsiasi enunciato e si impegna a esprimerne la dinamica interna, la grammatica imperativa che lo regola; e lo rispecchia nei suoi ardui punti, abolendo i passaggi, le zone intermedie. Il linguaggio che questo versante della mente europea ha elaborato nelle epoche entra per qualcosa, naturalmente, nello stile di Maura. Ma questo non ne è per nulla asservito: Maura lo usa con i suoi irti e lucenti emblemi per stringere in severe sintesi e depurare in dure e sobrie sostanze il suo discorso.


MARIO LUZI

dall'introduzione a L'arco

Firenze, Giuntina, 1978

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